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A leggere l’intervista che Luca Tiraboschi, direttore di Italia 1, ha rilasciato a La Stampa, si fa quasi fatica a credere ai propri occhi. Finalmente qualcuno che dice quello che pensa. E non importa se ci fa una pessima figura.

nuova-sede-italia-11A parte la valutazione incondivisibile sull’arretratezza del web rispetto alla tv generalista (spero davvero che sia stata una battuta), Tiraboschi risulta estremamente cristallino quando gli viene posto il quesito di quanto possa essere educativa la sua rete: al diavolo l’educazione, noi qui facciamo soldi. Con tanto di simbolo del dollaro che gli luccica negli occhi.

«Qui si fanno trasmissioni in cui mettere pubblicità. Noi garantiamo agli investitori circa tre milioni di spettatori mentalmente giovani»
. Peccato che mentalmente giovane non significa sorbirsi a bocca aperta il palinsesto “gggiovane” di Italia 1. Inutile rimarcare che di questi tempi, gli spettatori sono molto più consapevoli, multimediali e soprattutto esigenti: voglio contenuti personalizzati, innovativi, da fruire a piacimento (tutta roba che si trova sul web Dir. Tiraboschi, non su Italia 1).

Se internet sta colonizzando il mercato è perchè la tv generalista non ha più nulla di nuovo da offrire. Lei caro Direttore cosa ci offre di innovativo? Mr Lui? O i simpaticissimi promo in cui la gente si rende ridicola per urlare il nome della rete ed avere così 15 secondi di gloria?. Se queste sono le premesse, la vedo alquanto dura.

Ma in fondo non c’è da sorprendersi per le parole di Tiraboschi: sono discorsi da manager, discorsi legati ai profitti (sempre più in calo) dettati anche da un certo timore verso il nuovo che avanza. Anche se fa abbastanza riflettere la sua mancanza di attenzione verso il pubblico, semplici numeri da proporre agli investitori.

«Nel 2009 Mammuccari sarà protagonista di una fiction. E Chiambretti condurrà tre seconde serate sul tema dei numeri uno, ma potrebbe fare incursioni anche su Canale 5 o inziare su Italia 1 e dopo sei mesi cambiare. Enrico Ruggeri torna a Quello che le donne non dicono. Giorgio Mulé condurrà Borders, approfondimento del sabato di Studio Aperto su casi di cronaca italiani ed esteri. Poi vorrei un programma di news per giovani tipo Annozero».

Tanti ottimi motivi per NON accendere la tv.

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L’estate televisiva italiana (a parte le olimpiadi di Pechino) è stata dominata da programmi che non hanno lasciato il segno, anzi, si sono fatti ricordare per un riciclo di contenuti esagerato, talmente evidente che cambiando canale si rischiava di dire “Ma…questo non era anche sul 5?”.

Se da un lato la tecnologia ha fatto passi da gigante, questo non si può dire per la qualità dei contenuti trasmessi: persino alcuni evergreen hanno perso lo smalto di un tempo. Come al solito, una vera spinta innovatrice latita: c’è chi rischia di compiere 90 anni in diretta col microfono legato al bastone, mucchi di avvenenti signorine tutte uguali (stanno diventando come i cinesi, impossibili da distinguere), formule riproposte fino alla nausea e tragedie/litigi/nudità/violenza che imperversano a gonfiare la vena voyeuristica dello spettatore medio.

Ma a che servono gli schermi piatti, l’alta definizione,  tv con prese usb integrate, servizi che porteranno widget in tempo reale sui nostri schermi quando si evolve solo il mezzo e non il contenuto? Manca il coraggio di un cambio di direzione radicale, il solo modo per non rendere insensata ed anacronistica un’integrazione tra web e tv (che non si è smossa molto dai programmi del mitico Mago Zurlì) che, comunque, prima o poi si dovrà fare.

Sempre che Mike Buongiorno non abbia già scoperto l’elisir della vita eterna: perchè se ce l’ha (e vuoi che non lo passi al suo “Gruppo di conduttori da ospizio”) siamo finiti. Allegria!

P.S.: vi consiglio di non mancare al dibattito “Frontiere della televisione: mouse contro telecomando”, in programma domani al Blogfest 2008.

Torno dall’Olanda, cerco di riconnettermi con il mio paese (un pò a malincuore a dir la verità) e mi vedo spuntare il logo di una fantomatica Rai 4. Dopo il momento di confusione iniziale, mi sono informato su questo nuovo canale. Freccero ha avuto una buonissima idea: un mix interessante di serie tv americane di buon livello e film decisamente più incisivi rispetto a quello che la Rai ci propina di solito. Nonostante si sia puntato su un target giovane, attento a quello che si dice in rete, sono sicuro che anche la generazione dei trentenni potrebbe trovare spunti interessanti dal palinsesto di Rai 4 (complimenti per l’originalità).

Ma lanciare un nuovo canale su una tecnologia (controversa) come il Digitale Terrestre dovrebbe essere un modo per esaltarne le potenzialità: Rai 4 rischia, invece, di dare nuove ragioni di protesta ai suoi detrattori. Il canale trasmetterà sul mux A che non offre una copertura ottimale a tutto il territorio italiano; c’è poi chi (come me) riesce a sfruttare il segnale di altri comuni più grandi e non ha la certezza di una visione regolare.
Insomma, da Rai 4 si passerebbe a Rai 4 Gatti (esagerando un pochino): un esempio eloquente è la regione Sardegna, dove, dopo la chiusura di Rai 2 (in analogico) dal 16 novembre 2007, la copertura del DTT copre una buona fetta della popolazione, ma qualcuno rischia di non vedere nè Rai 2 nè Rai 4, pagando regolarmente il canone per un’offerta “mutilata”.

Combattere il digital divide significa permettere a chiunque l’accesso ad una tecnologia o ad un servizio ad essa connessa e Rai 4 non è certo all’altezza della situazione: speriamo sia solo un difetto legato alla sua nascita e non un fattore dominante della sua storia futura.

Non ho potuto non soffermarmi sul reportage di Denise Pardo, pubblicato dall’Espresso, riguardante la RAI e soprattutto la sua composizione. L’analisi della giornalista è impietosa e rivela la mastodontica (e inutile), grandezza dell’entourage che lavora per la RAI: ” Tra contratti a tempo indeterminato (9.889 per la capogruppo, 11.250 in totale) e contratti a tempo determinato per esigenze di produzione e di gestione (1.998 in tutto), la cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti. Quanto gli abitanti di Lavagna. Il doppio di quelli di Asolo. La metà di quelli di Enna. Senza considerare la montagna dei 43 mila contratti di collaborazione (da quello a Bruno Vespa all’ultimo figurante)” ed ancora “Centoquattordici parrucchieri, 67 camerinisti, 66 arredatori, 61 falegnami, 18 costumisti, 12 meccanici, 34 consulenti musicali, 36 scenografi, un’orchestra leggera di 16 elementi (indipendente da quella sinfonica della Rai di Torino con 116 musicisti) che non viene utilizzata da anni. Più o meno 400 unità, retaggio dei decenni del monopolio (i formidabili anni 1950-80, quando la Rai realizzava tutto al suo interno) e che già da sole equivalgono all’intero organico di La 7-Mtv”.

La situazione è più comica o drammatica? Difficile rispondere a questa domanda. La cosa che balza subito agli occhi è il numero eccessivo di alcune figure professionali (?): duplicati inutili alla Isaac Asimov, che stagnano da anni grazie a raccomandazioni varie (ministeriali, governative, vaticane etc…), un vero giacimento inesauribile di staticità, immobilismo nocivo e stratificazione che il Paleozoico e i suoi fossili ci fanno un baffo.

Ma almeno producono contenuti? Ecco la risposta: “Nonostante la mole del personale (che, secondo le previsioni, entro il 2009, è destinato ad aumentare di altre 1732 unità, se non ci saranno nuove soluzioni gestionali e sindacali), il 22 per cento delle produzioni della televisione di Stato è affidato all’esterno“. Ironia della sorte, questo 22% potrebbe essere l’unico salvabile di tutto il palinsesto.

E cosa rimane? Tg, qualche show, approfondimenti (pochi quelli degni di nota) e quel simpatico carrozzone trash che ormai è il fiore all’occhiello della TV italiana in generale. Ne viene fuori un’immagine coloniale della RAI, abituata alla dominazione del governo di turno, dove si svendono poltrone, anche quelle più insignificanti. Siamo di fronte ad una mini-società che rispecchia quello che è l’andazzo italiano. E chi ci rimette? Chi paga il canone (ma anche chi non lo paga) che deve fare i conti con un servizio di stato fatiscente e anacronistico: in fondo che cosa è cambiato dagli anni ’60? Ah vero, ora le trasmissioni sono a colori.

Facile criticare, vero, ma impossibile non farlo (costruttivamente).

Mancano ormai pochi giorni al’incontro, l’8 maggio a Roma, con Al Gore. Current tv sta per arrivare in Italia e questa non può che essere una buona notizia per me.

La battaglia per un palinsesto “nostro”, non imposto, libero da logiche anacronistiche, trova in Current tv il luogo adatto per attecchire a livello mondiale: il palinsesto di Current è fatto per un terzo dai video User Generated e le cifre sono destinate a crescere. Insomma, se hai materiale, Al Gore want you!

Vi invito a postare le vostre domande per Al Gore qui. Io a Roma ci sarò: speriamo che l’evento riesca bene, nonostante le polemiche e i malumori che lo hanno preceduto. Per chi non potrà essere presente, posterò un bel riassunto della gionata per raccontarvi quello che è successo.

Stay Tuned!

UPDATE

Non si possono più postare domande per l’evento: tra poco sarà resa nota la lista di quelle più votate che saranno rivolte direttamente ad Al Gore. Nota dolente, le continue polemiche: per sapere come la penso, vi rimando a questo splendido post ed al video di Tommaso Tessarolo che spiega con semplicità come è stato organizzato (bene, secondo me) il tutto.

Il post non è una captatio benevolentiae. Non è un post di complimenti (quelli vanno fatti di persona). Questo post non è una rivalsa dei new media e dei suoi linguaggi. Non è un post politicizzato.

E’ semplicemente una riflessione su quanto può giovare alla televisione italiana qualche volto nuovo, senza stucchevoli completi gessati e senza la presunzione di essere chissà chi.

Non seguo particolarmente Matrix, ma quella di ieri sera, era una puntata che non mi sarei perso: la curiosità iniziale era tanta e man mano che si susseguivano gli interventi di Gramellini, Boeri e Polito, ho resistito strenuamente alla voglia di andare a dormire. Ero troppo curioso di sentire Diego: nella sua estrema semplicità, chiarezza e ironia ha dato una fantastica dimostrazione che non c’è bisogno di una cravatta e di paroloni astrusi per poter restituire alla televisione quel “potere” di trattenerti davanti allo schermo.

Ospite vanitoso e truccatissimo aka Mummia 0, Diego Bianchi aka Zoro 1. Alè.

Vi ripropongo la nona puntata di Tolleranza Zoro andata in onda ieri sera. Il giorno dopo c’è più gusto nel rivederla.

Nessuno ha sottolineato che prima di Matrix c’era La legenda di Zorro? Presagio…

“Bisognerà cercare di entrare nel settore televisivo con strumenti nuovi, e nel mondo di internet. Noi faremo il governo ombra che sarà una grande struttura di proposta e di critica, in rapporto con i gruppi parlamentari. Ma siccome prevedo che nei prossimi mesi la televisione pubblica e privata sarà sotto una cappa di uniformante pensiero unico, servirà dell’altro”.

Ed ancora:

“Spariranno dai telegiornali tutte le notizie di cronaca nera, l’allarme sicurezza sparirà, come accadde dal 2001 al 2006 quando l’allarme cessò pur essendo aumentati i reati. Se ne è riparlato quando i reati sono diminuiti, anzi si è fatta campagna elettorale su quel tema con tutte le bocche da fuoco disponibili. Ecco perché credo che accanto al governo ombra servirà una struttura di informazione televisiva ombra che tutte le mattine possa raccontare ciò che è stato censurato, tagliato, negato. E’ così che si fa una democrazia. Si rispetta, si propone però si controlla”.

Come dargli torto.

[fonte]

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