Tecnologia


Internet e la Tv: un connubio che si rafforza giorno dopo giorno, ma che non è esente da critiche. La mancanza (cronica) di chiarezza che imperversa nel nostro paese quando si parla di innovazione, ha reso davvero troppo semplicistico il discorso IPTV e si moltiplicano le “super offerte” che porterebbero facilmente nelle nostre case la libertà dell’intrattenimento video di matrice “internettiana”.

Ma siamo sicuri che sia così facile? Basta quella scatolina magica chiamata set-top-box a svecchiare la televisione nostrana? Nonostante i proclami entusiastici, la risposta è no: basta pensare che non è sufficiente avere un adsl (laddove ci sia) per godere di una IPTV ottimale. C’è bisogno di una struttura organizzata, capillare sul territorio, un network ben rodato che possa farsi carico di una distribuzione di contenuti multimediali facilmente accessibili. E se si parla di accessibilità c’è da stare poco tranquilli: ci sono pochissimi gruppi capaci di investimenti importanti nel campo della convergenza tra TV e Web. Il rischio reale è quello di vedersi vincolati al solito gestore, con una diffusione limitata ai grandi centri abitati (ma dire ai profitti sicuri sarebbe meglio): un ennesimo regalo al digital divide italiano.

La vera rivoluzione non è tanto quella della multimedialità (ormai anche le lavatrici sono multimediali), ma quella dei contenuti liberamente fruibili senza vincoli di “diretta”, dei palinsesti “open” a cui partecipa attivamente anche uno spettatore consapevole: ed è impensabile che un sistema attualmente “chiuso” come il set-top-box (anche se l’idea di un “aggregatore” hardware di contenuti non è affatto malvagia, anzi!),  possa essere il mezzo più adatto a veicolare tale rivoluzione.

big-set-top-box

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L’estate televisiva italiana (a parte le olimpiadi di Pechino) è stata dominata da programmi che non hanno lasciato il segno, anzi, si sono fatti ricordare per un riciclo di contenuti esagerato, talmente evidente che cambiando canale si rischiava di dire “Ma…questo non era anche sul 5?”.

Se da un lato la tecnologia ha fatto passi da gigante, questo non si può dire per la qualità dei contenuti trasmessi: persino alcuni evergreen hanno perso lo smalto di un tempo. Come al solito, una vera spinta innovatrice latita: c’è chi rischia di compiere 90 anni in diretta col microfono legato al bastone, mucchi di avvenenti signorine tutte uguali (stanno diventando come i cinesi, impossibili da distinguere), formule riproposte fino alla nausea e tragedie/litigi/nudità/violenza che imperversano a gonfiare la vena voyeuristica dello spettatore medio.

Ma a che servono gli schermi piatti, l’alta definizione,  tv con prese usb integrate, servizi che porteranno widget in tempo reale sui nostri schermi quando si evolve solo il mezzo e non il contenuto? Manca il coraggio di un cambio di direzione radicale, il solo modo per non rendere insensata ed anacronistica un’integrazione tra web e tv (che non si è smossa molto dai programmi del mitico Mago Zurlì) che, comunque, prima o poi si dovrà fare.

Sempre che Mike Buongiorno non abbia già scoperto l’elisir della vita eterna: perchè se ce l’ha (e vuoi che non lo passi al suo “Gruppo di conduttori da ospizio”) siamo finiti. Allegria!

P.S.: vi consiglio di non mancare al dibattito “Frontiere della televisione: mouse contro telecomando”, in programma domani al Blogfest 2008.

Imporsi nel mercato mediale non è mai semplice: le offerte crescono, i canali si moltiplicano e la concorrenza rischia di tagliare le gambe a progetti ambiziosi che per mancanza di risorse non riescono a stare al passo dei rivali. Altro aspetto fondamentale che , secondo me, caratterizza il panorama italiano è la capacità di fruizione reale che non cresce parallelamente a quella potenziale: ci sono più canali vero, tante belle offerte super pubblicizzate, ma di certo non tutti possono abbonarsi all’IPTV (l’ADSL non è così diffusa e quella che c’è, a volte, è veramente ridicola a livello di prestazioni) e non tutti ricevono il segnale del DTT. Il mio caso è sintomatico: navigo con il doppino a 56Kb, sfrutto di rimbalzo (con numerose interruzioni) il segnale del DTT, abitando a soli 6 km da un capoluogo di regione (Campobasso), non nella tundra siberiana. Ed ho appena cambiato l’antenna.

Se queste forme di distribuzione video stanno sottraendo sempre più spettatori alla Tv generalista, devo, purtroppo, riscontrare che le quotazioni del P2P sono scese drasticamente: la colpa di questa mezza disfatta sta nel fatto che molti sono tornati a considerarlo solo un modo per scaricare illegalmente o per vedere eventi sportivi “a scrocco”.

Sono stati fatti grandi sforzi per “ripulire” l’immagine del peer to peer (nonostante la sua indiscussa legalità e utilità), ma la crescente gogna mediatica che lo ha colpito ha ridato al fenomeno quell’aria underground (in termini negativi) da cui si era distaccato a fatica e progetti di P2P-TV sono tornati ad essere additati come sistemi illegali e poco vantaggiosi sia per gli sviluppatori sia per chi vorrebbe investire: l’esempio più eclatante è rappresentato da Streamerone, software tutto italiano che ha dovuto darsi un prezzo, 3€.

Per quanto simbolici, sono la conferma di una situazione tutt’altro che rosea: non mi resta che sperare in Next.

UPDATE

Dopo aver letto il post di risposta di Petrescu, mi sono accorto che qualche mia affermazione non è stata compresa fino in fondo: DTT e IPtv non stanno “uccidendo” il P2P, ma ne stanno minando una base già di per sè non molto solida. Tante persone, anche spaventate dalla scarsa geolocalizzazione dei programmi (il cinese e l’inglese la fanno da padroni), preferiscono guardare una tv che si è sì arricchita grazie a DTT e IPtv, ma che, come ho cercato di spiegare, sono tecnologie che ancora tagliano fuori una fetta di utenza.

Le cause della crisi sono molteplici e non si esauriscono con il ruolo di DTT e IPtv, come analizza anche Petrescu, ma dalla mia esperienza in giro per i forum, ho avuto modo di notare dei giganteschi passi indietro nella considerazione verso il P2P e le P2Ptv: ah sì, mi vedo le partite a “scrocco” ma poi accendo la tv. E da qui è nata la delusione che mi ha spinto a scrivere il post.

Mi scuso se qualche passaggio non è stato chiarissimo.

Torno dall’Olanda, cerco di riconnettermi con il mio paese (un pò a malincuore a dir la verità) e mi vedo spuntare il logo di una fantomatica Rai 4. Dopo il momento di confusione iniziale, mi sono informato su questo nuovo canale. Freccero ha avuto una buonissima idea: un mix interessante di serie tv americane di buon livello e film decisamente più incisivi rispetto a quello che la Rai ci propina di solito. Nonostante si sia puntato su un target giovane, attento a quello che si dice in rete, sono sicuro che anche la generazione dei trentenni potrebbe trovare spunti interessanti dal palinsesto di Rai 4 (complimenti per l’originalità).

Ma lanciare un nuovo canale su una tecnologia (controversa) come il Digitale Terrestre dovrebbe essere un modo per esaltarne le potenzialità: Rai 4 rischia, invece, di dare nuove ragioni di protesta ai suoi detrattori. Il canale trasmetterà sul mux A che non offre una copertura ottimale a tutto il territorio italiano; c’è poi chi (come me) riesce a sfruttare il segnale di altri comuni più grandi e non ha la certezza di una visione regolare.
Insomma, da Rai 4 si passerebbe a Rai 4 Gatti (esagerando un pochino): un esempio eloquente è la regione Sardegna, dove, dopo la chiusura di Rai 2 (in analogico) dal 16 novembre 2007, la copertura del DTT copre una buona fetta della popolazione, ma qualcuno rischia di non vedere nè Rai 2 nè Rai 4, pagando regolarmente il canone per un’offerta “mutilata”.

Combattere il digital divide significa permettere a chiunque l’accesso ad una tecnologia o ad un servizio ad essa connessa e Rai 4 non è certo all’altezza della situazione: speriamo sia solo un difetto legato alla sua nascita e non un fattore dominante della sua storia futura.

pear_to_pear_by_jeel.jpgMentre si scatena una vera e propria crociata contro il file sharing, una notizia davvero molto importante ci arriva dall’Unione Europea che ha stanziato ben 15 milioni di euro per finanziare un progetto che porterà ad un nuovo livello il peer to peer: veicolare, tramite le architetture P2P, flussi audio e video.
P2P-Next, questo il nome dato all’ambizioso progetto che vedrà la collaborazione di BBC, Lancaster University, MarkenkFilm, Pioneer Digital Design Centre e VTT Technical Research Center. Finalmente si smetterà di identificare il P2P con lo scambio di file protetti da copyright, nonostante l’aura malvagia che si cerca di far calare su una filosofia che ha alla sua base il download/upload contemporaneo, dove tutti sono server e client allo stesso tempo: un’ uguaglianza gerarchica che legata all’open source (molti programmi P2P sono completamente aperti) fa del P2P una fonte di sperimentazione e innovazione legata a tutta la rete.
E’ da tempo che su questo blog supporto il P2P e alla luce di questi fatti, mi viene da pensare che finalmente qualcosa si muove nella giusta direzione: una piattaforma di distribuzione per contenuti audio/video che dovrebbe consentire a milioni di persone di godere finalmente della tanto agognata esperienza televisiva via internet in maniera legale e professionale.
Se per me e tanti altri, scegliere il P2P non è mai stato un dilemma, a livello mondiale sono stati tanti i dubbi che hanno impregnato le discussioni su come valutare questo nuovo modo di approcciare il web a livello crossmediale: dall’illegalità alla privacy, il P2P è sempre stato visto come un “sottobosco” da pirati e smanettoni che non vogliono comprare film e cd o abbonarsi a Sky. Un progetto come quello finanziato dall’UE metterà sicuramente a tacere una buona parte di persone che identificano la condivisione di file o flussi di audio, video e dati con eMule, BitTorrent e compagnia bella.

C’è di più, molto di più e qualcuno sembra averlo capito. Allelujah, Allelujah.

Una G-TV sarebbe stato veramente un colpo incredibile a tutto il settore. Qualcuno voleva farcelo credere e ha diffuso un video che spiega come accedere ad una “beta” di Google TV attraverso GMail. Una bufala di prima qualità, ma che per qualche secondo mi ha fatto sudare freddo…

Il video è stato visto da tantissime persone e ve lo ripropongo perchè è una delle bufale migliori in circolazione e, nel suo piccolo, molto divertente se si pensa a quanto si siano impegnati in fatto di credibilità per dire una stupidaggine.

Scusate per il titolo orribile di questo post che sicuramente non verrà mai indicizzato, ma in altri paesi ci fanno i soldi con questi ibridi e quindi ci provo anch’io…loro li chiamano mashup!

google-tv.jpgBig G colpisce ancora. E questa volta, se il progetto va in porto, ne vedremo delle belle in tutti i sensi. Non è una novità l’idea di televisori web oriented, ma se c’è Google di mezzo niente è impossibile. Tutto si può dire (vedi problemi di privacy e censura) tranne che Larry Page e Sergey Brin non abbiano rivoluzionato il modo di fruire il web.
L’accordo con la Panasonic per lo sviluppo di televisori al plasma con il quale accedere a servizi on line (tramite una scheda ethernet integrata) come Youtube e Picasa consentirebbe di sedersi tranquillamente in poltrona e scegliere i video da vedere. Che dire, almeno per me, sarebbe un sogno.
Ma la vera buona notizia è che non essendo un accordo esclusivo, molte note case produttrici, come Sharp e Samsung, stanno lavorando seriamente a delle soluzioni che uniscano Internet e TV. Sarebbe il trionfo della multimedialità, una convergenza dal potenziale illimitato (banda larga permettendo): pensate ad un telecomando con il tastino dedicato a Youtube, solo per citare il capostipite.
Il trittico è presto fatto: contenuti multimediali-HD-schermi panoramici. Ma qui arrivano le prime note stonate.
Per i contenuti, l’evoluzione è stata abbastanza rapida e non è difficile reperire video di buona qualità (contenutisticamente parlando); il discorso è un pò diverso per i video in HD: sono stati fatti i primi passi, ma ora come ora è pressochè impossibile trovare, su servizi di video sharing, dei video con una risoluzione di almeno 1280×720. C’è tutta la possibilità di crescere, a patto che cresca la banda per uploadare tali file su piattaforme adatte alla loro fruizione.
Personalmente, mi accontanterei, per il momento, anche di un 800×600, ma di certo sarebbe pessimo vedere dei filmati con una risoluzione tipica di servizi come Youtube (320×240) su uno schermo panoramico che magari supporta l’alta definizione. Sgranati, a quadratini, insomma l’effetto lo conosciamo tutti.
La tecnologia, invece, sembra essere in un momento di grande sviluppo, come ci dimostra anche il CES di Las Vegas: la stessa Panasonic ha presentato un sistema per la personalinazzione degli ambienti domestici basato su riconoscimento facciale e immagini proiettate direttamente sulle pareti. Si sfiora la fantascienza.
La rivoluzione multimediale passa da Google, ma anche dalla concreta volontà di voler dare un futuro a questo progetto. Giusto provider?

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