novembre 2008


A leggere l’intervista che Luca Tiraboschi, direttore di Italia 1, ha rilasciato a La Stampa, si fa quasi fatica a credere ai propri occhi. Finalmente qualcuno che dice quello che pensa. E non importa se ci fa una pessima figura.

nuova-sede-italia-11A parte la valutazione incondivisibile sull’arretratezza del web rispetto alla tv generalista (spero davvero che sia stata una battuta), Tiraboschi risulta estremamente cristallino quando gli viene posto il quesito di quanto possa essere educativa la sua rete: al diavolo l’educazione, noi qui facciamo soldi. Con tanto di simbolo del dollaro che gli luccica negli occhi.

«Qui si fanno trasmissioni in cui mettere pubblicità. Noi garantiamo agli investitori circa tre milioni di spettatori mentalmente giovani»
. Peccato che mentalmente giovane non significa sorbirsi a bocca aperta il palinsesto “gggiovane” di Italia 1. Inutile rimarcare che di questi tempi, gli spettatori sono molto più consapevoli, multimediali e soprattutto esigenti: voglio contenuti personalizzati, innovativi, da fruire a piacimento (tutta roba che si trova sul web Dir. Tiraboschi, non su Italia 1).

Se internet sta colonizzando il mercato è perchè la tv generalista non ha più nulla di nuovo da offrire. Lei caro Direttore cosa ci offre di innovativo? Mr Lui? O i simpaticissimi promo in cui la gente si rende ridicola per urlare il nome della rete ed avere così 15 secondi di gloria?. Se queste sono le premesse, la vedo alquanto dura.

Ma in fondo non c’è da sorprendersi per le parole di Tiraboschi: sono discorsi da manager, discorsi legati ai profitti (sempre più in calo) dettati anche da un certo timore verso il nuovo che avanza. Anche se fa abbastanza riflettere la sua mancanza di attenzione verso il pubblico, semplici numeri da proporre agli investitori.

«Nel 2009 Mammuccari sarà protagonista di una fiction. E Chiambretti condurrà tre seconde serate sul tema dei numeri uno, ma potrebbe fare incursioni anche su Canale 5 o inziare su Italia 1 e dopo sei mesi cambiare. Enrico Ruggeri torna a Quello che le donne non dicono. Giorgio Mulé condurrà Borders, approfondimento del sabato di Studio Aperto su casi di cronaca italiani ed esteri. Poi vorrei un programma di news per giovani tipo Annozero».

Tanti ottimi motivi per NON accendere la tv.

Annunci

Internet e la Tv: un connubio che si rafforza giorno dopo giorno, ma che non è esente da critiche. La mancanza (cronica) di chiarezza che imperversa nel nostro paese quando si parla di innovazione, ha reso davvero troppo semplicistico il discorso IPTV e si moltiplicano le “super offerte” che porterebbero facilmente nelle nostre case la libertà dell’intrattenimento video di matrice “internettiana”.

Ma siamo sicuri che sia così facile? Basta quella scatolina magica chiamata set-top-box a svecchiare la televisione nostrana? Nonostante i proclami entusiastici, la risposta è no: basta pensare che non è sufficiente avere un adsl (laddove ci sia) per godere di una IPTV ottimale. C’è bisogno di una struttura organizzata, capillare sul territorio, un network ben rodato che possa farsi carico di una distribuzione di contenuti multimediali facilmente accessibili. E se si parla di accessibilità c’è da stare poco tranquilli: ci sono pochissimi gruppi capaci di investimenti importanti nel campo della convergenza tra TV e Web. Il rischio reale è quello di vedersi vincolati al solito gestore, con una diffusione limitata ai grandi centri abitati (ma dire ai profitti sicuri sarebbe meglio): un ennesimo regalo al digital divide italiano.

La vera rivoluzione non è tanto quella della multimedialità (ormai anche le lavatrici sono multimediali), ma quella dei contenuti liberamente fruibili senza vincoli di “diretta”, dei palinsesti “open” a cui partecipa attivamente anche uno spettatore consapevole: ed è impensabile che un sistema attualmente “chiuso” come il set-top-box (anche se l’idea di un “aggregatore” hardware di contenuti non è affatto malvagia, anzi!),  possa essere il mezzo più adatto a veicolare tale rivoluzione.

big-set-top-box