luglio 2008


Imporsi nel mercato mediale non è mai semplice: le offerte crescono, i canali si moltiplicano e la concorrenza rischia di tagliare le gambe a progetti ambiziosi che per mancanza di risorse non riescono a stare al passo dei rivali. Altro aspetto fondamentale che , secondo me, caratterizza il panorama italiano è la capacità di fruizione reale che non cresce parallelamente a quella potenziale: ci sono più canali vero, tante belle offerte super pubblicizzate, ma di certo non tutti possono abbonarsi all’IPTV (l’ADSL non è così diffusa e quella che c’è, a volte, è veramente ridicola a livello di prestazioni) e non tutti ricevono il segnale del DTT. Il mio caso è sintomatico: navigo con il doppino a 56Kb, sfrutto di rimbalzo (con numerose interruzioni) il segnale del DTT, abitando a soli 6 km da un capoluogo di regione (Campobasso), non nella tundra siberiana. Ed ho appena cambiato l’antenna.

Se queste forme di distribuzione video stanno sottraendo sempre più spettatori alla Tv generalista, devo, purtroppo, riscontrare che le quotazioni del P2P sono scese drasticamente: la colpa di questa mezza disfatta sta nel fatto che molti sono tornati a considerarlo solo un modo per scaricare illegalmente o per vedere eventi sportivi “a scrocco”.

Sono stati fatti grandi sforzi per “ripulire” l’immagine del peer to peer (nonostante la sua indiscussa legalità e utilità), ma la crescente gogna mediatica che lo ha colpito ha ridato al fenomeno quell’aria underground (in termini negativi) da cui si era distaccato a fatica e progetti di P2P-TV sono tornati ad essere additati come sistemi illegali e poco vantaggiosi sia per gli sviluppatori sia per chi vorrebbe investire: l’esempio più eclatante è rappresentato da Streamerone, software tutto italiano che ha dovuto darsi un prezzo, 3€.

Per quanto simbolici, sono la conferma di una situazione tutt’altro che rosea: non mi resta che sperare in Next.

UPDATE

Dopo aver letto il post di risposta di Petrescu, mi sono accorto che qualche mia affermazione non è stata compresa fino in fondo: DTT e IPtv non stanno “uccidendo” il P2P, ma ne stanno minando una base già di per sè non molto solida. Tante persone, anche spaventate dalla scarsa geolocalizzazione dei programmi (il cinese e l’inglese la fanno da padroni), preferiscono guardare una tv che si è sì arricchita grazie a DTT e IPtv, ma che, come ho cercato di spiegare, sono tecnologie che ancora tagliano fuori una fetta di utenza.

Le cause della crisi sono molteplici e non si esauriscono con il ruolo di DTT e IPtv, come analizza anche Petrescu, ma dalla mia esperienza in giro per i forum, ho avuto modo di notare dei giganteschi passi indietro nella considerazione verso il P2P e le P2Ptv: ah sì, mi vedo le partite a “scrocco” ma poi accendo la tv. E da qui è nata la delusione che mi ha spinto a scrivere il post.

Mi scuso se qualche passaggio non è stato chiarissimo.

Torno dall’Olanda, cerco di riconnettermi con il mio paese (un pò a malincuore a dir la verità) e mi vedo spuntare il logo di una fantomatica Rai 4. Dopo il momento di confusione iniziale, mi sono informato su questo nuovo canale. Freccero ha avuto una buonissima idea: un mix interessante di serie tv americane di buon livello e film decisamente più incisivi rispetto a quello che la Rai ci propina di solito. Nonostante si sia puntato su un target giovane, attento a quello che si dice in rete, sono sicuro che anche la generazione dei trentenni potrebbe trovare spunti interessanti dal palinsesto di Rai 4 (complimenti per l’originalità).

Ma lanciare un nuovo canale su una tecnologia (controversa) come il Digitale Terrestre dovrebbe essere un modo per esaltarne le potenzialità: Rai 4 rischia, invece, di dare nuove ragioni di protesta ai suoi detrattori. Il canale trasmetterà sul mux A che non offre una copertura ottimale a tutto il territorio italiano; c’è poi chi (come me) riesce a sfruttare il segnale di altri comuni più grandi e non ha la certezza di una visione regolare.
Insomma, da Rai 4 si passerebbe a Rai 4 Gatti (esagerando un pochino): un esempio eloquente è la regione Sardegna, dove, dopo la chiusura di Rai 2 (in analogico) dal 16 novembre 2007, la copertura del DTT copre una buona fetta della popolazione, ma qualcuno rischia di non vedere nè Rai 2 nè Rai 4, pagando regolarmente il canone per un’offerta “mutilata”.

Combattere il digital divide significa permettere a chiunque l’accesso ad una tecnologia o ad un servizio ad essa connessa e Rai 4 non è certo all’altezza della situazione: speriamo sia solo un difetto legato alla sua nascita e non un fattore dominante della sua storia futura.