Non ho potuto non soffermarmi sul reportage di Denise Pardo, pubblicato dall’Espresso, riguardante la RAI e soprattutto la sua composizione. L’analisi della giornalista è impietosa e rivela la mastodontica (e inutile), grandezza dell’entourage che lavora per la RAI: ” Tra contratti a tempo indeterminato (9.889 per la capogruppo, 11.250 in totale) e contratti a tempo determinato per esigenze di produzione e di gestione (1.998 in tutto), la cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti. Quanto gli abitanti di Lavagna. Il doppio di quelli di Asolo. La metà di quelli di Enna. Senza considerare la montagna dei 43 mila contratti di collaborazione (da quello a Bruno Vespa all’ultimo figurante)” ed ancora “Centoquattordici parrucchieri, 67 camerinisti, 66 arredatori, 61 falegnami, 18 costumisti, 12 meccanici, 34 consulenti musicali, 36 scenografi, un’orchestra leggera di 16 elementi (indipendente da quella sinfonica della Rai di Torino con 116 musicisti) che non viene utilizzata da anni. Più o meno 400 unità, retaggio dei decenni del monopolio (i formidabili anni 1950-80, quando la Rai realizzava tutto al suo interno) e che già da sole equivalgono all’intero organico di La 7-Mtv”.

La situazione è più comica o drammatica? Difficile rispondere a questa domanda. La cosa che balza subito agli occhi è il numero eccessivo di alcune figure professionali (?): duplicati inutili alla Isaac Asimov, che stagnano da anni grazie a raccomandazioni varie (ministeriali, governative, vaticane etc…), un vero giacimento inesauribile di staticità, immobilismo nocivo e stratificazione che il Paleozoico e i suoi fossili ci fanno un baffo.

Ma almeno producono contenuti? Ecco la risposta: “Nonostante la mole del personale (che, secondo le previsioni, entro il 2009, è destinato ad aumentare di altre 1732 unità, se non ci saranno nuove soluzioni gestionali e sindacali), il 22 per cento delle produzioni della televisione di Stato è affidato all’esterno“. Ironia della sorte, questo 22% potrebbe essere l’unico salvabile di tutto il palinsesto.

E cosa rimane? Tg, qualche show, approfondimenti (pochi quelli degni di nota) e quel simpatico carrozzone trash che ormai è il fiore all’occhiello della TV italiana in generale. Ne viene fuori un’immagine coloniale della RAI, abituata alla dominazione del governo di turno, dove si svendono poltrone, anche quelle più insignificanti. Siamo di fronte ad una mini-società che rispecchia quello che è l’andazzo italiano. E chi ci rimette? Chi paga il canone (ma anche chi non lo paga) che deve fare i conti con un servizio di stato fatiscente e anacronistico: in fondo che cosa è cambiato dagli anni ’60? Ah vero, ora le trasmissioni sono a colori.

Facile criticare, vero, ma impossibile non farlo (costruttivamente).