20061021-snipshot_hce474t82.jpgNon sono abituato a ridere sulle disgrazie altrui, ma leggendo delle disavventure della RIAA (l’agenzia governativa americana che si occupa di scovare e punire i “pericolosissimi” utilizzatori del P2P), beh, sono sincero, una sana risata me la sono fatta. Tra cause perse ed email personali pubblicate, per i giustizieri informatici non è proprio un bel periodo.

Ripercorriamo i fatti: sono state pubblicate sulle reti P2P 6621 email private appartenenti ai vertici di Media Defender (nome molto discutibile), società che si occupa, per conto della RIAA, di contrastare il P2P e rintracciare gli indirizzi IP degli utenti. Basta leggere questo corposo documento per rendersi conto di come si comportano queste società, che predicano a voce alta valori come il rispetto.

Definire illegali i metodi con cui scandagliavano il web alla ricerca dei cattivi mi sembra abbastanza riduttivo: ogni norma sulla privacy scavalcata, server e siti fasulli messi in piedi come trappole per topi e riempiti di file falsi. Il tutto condito dal linguaggio usato nelle email: epiteti sprezzanti e dispregiativi, scambi di opinioni su come “fregare” gli utenti e rintracciare la loro posizione.

Insomma di Defender c’è veramente poco. Ma c’è di più, nemmeno in tribunale la RIAA se la cava meglio. Il giudice Donald Ashmanskas ha archiviato un caso che durava da anni, portato avanti dall’industria musicale americana nei confronti di numerosi cittadini, per mancanza di prove. In breve, si legge nelle cause d’archiviazione, che la politica persecutiva fatta di continue azioni legali, non solo danneggia la libertà personale, ma causa uno stato di paura ingiustificata che danneggia chi fa un uso legale delle reti P2P e del web in generale.

Difendere il diritto d’autore non significa andare oltre la soglia della legalità e delle libertà personali. Sarebbero loro i paladini della giustizia?