settembre 2007


20061021-snipshot_hce474t82.jpgNon sono abituato a ridere sulle disgrazie altrui, ma leggendo delle disavventure della RIAA (l’agenzia governativa americana che si occupa di scovare e punire i “pericolosissimi” utilizzatori del P2P), beh, sono sincero, una sana risata me la sono fatta. Tra cause perse ed email personali pubblicate, per i giustizieri informatici non è proprio un bel periodo.

Ripercorriamo i fatti: sono state pubblicate sulle reti P2P 6621 email private appartenenti ai vertici di Media Defender (nome molto discutibile), società che si occupa, per conto della RIAA, di contrastare il P2P e rintracciare gli indirizzi IP degli utenti. Basta leggere questo corposo documento per rendersi conto di come si comportano queste società, che predicano a voce alta valori come il rispetto.

Definire illegali i metodi con cui scandagliavano il web alla ricerca dei cattivi mi sembra abbastanza riduttivo: ogni norma sulla privacy scavalcata, server e siti fasulli messi in piedi come trappole per topi e riempiti di file falsi. Il tutto condito dal linguaggio usato nelle email: epiteti sprezzanti e dispregiativi, scambi di opinioni su come “fregare” gli utenti e rintracciare la loro posizione.

Insomma di Defender c’è veramente poco. Ma c’è di più, nemmeno in tribunale la RIAA se la cava meglio. Il giudice Donald Ashmanskas ha archiviato un caso che durava da anni, portato avanti dall’industria musicale americana nei confronti di numerosi cittadini, per mancanza di prove. In breve, si legge nelle cause d’archiviazione, che la politica persecutiva fatta di continue azioni legali, non solo danneggia la libertà personale, ma causa uno stato di paura ingiustificata che danneggia chi fa un uso legale delle reti P2P e del web in generale.

Difendere il diritto d’autore non significa andare oltre la soglia della legalità e delle libertà personali. Sarebbero loro i paladini della giustizia?

Eh già, me la sono presa lunga la pausa estiva, ma alla fine, eccomi qui. Di nuovo alle prese con palinsesti da costruire con strumenti basati sulla rete.
 
Sarò sacrilego, ma anche a me è capitato di guardare la televisione e, non so se ci avete fatto caso, è in atto un bel cambiamento: ogni 10 minuti spunta la faccina (per modo di dire) di Diego Abatantuono e la sua famiglia tutta “on demand”, oppure si vedono gli amici di Valentino Rossi che si divertono con la Fastweb TV. Per non parlare del giornalista sportivo che ci ricorda che tutta la puntata può essere rivista sul portale RAI.

Si sta insinuando sempre più nella logica televisiva, il sistema del poter rivedere, scaricare: lo vedi come e quando vuoi. La cartina al tornasole di questo cambiamento è stata…mia madre: da persona poco informata su tutto quello che significa internet in generale, fino a poco tempo fa si limitava a pagare la bolletta per la connessione (a volte un pò troppo salate ahime!), ma da giorni mi sta chiedendo come si possa vedere un film od un qualsiasi programma tv in un qualsiasi modo che non sia la diretta televisiva.

Sono sicuro che molte persone, come mia madre, si chiedono come poter essere padroni del mezzo televisivo, come gestire i contenuti in base alle proprie esigenze, e poco male se questa rivoluzione viene identificata (da una parte dell’audience) con il tasto con l’occhietto o con persone famose: in fondo, lo spot fa il suo dovere, promuovere un prodotto.

Ma promuovendo quel prodotto, viene veicolata anche un’idea di base tutta nuova, che sta iniziando a piacere anche a chi, tecnicamente, non conosce la tecnologia che sta dietro all’on demand.

Qundi, ricapitolando, si passa da un’audience passivo ad uno attivo: meglio cambiare neh!