Cosa mi manca davvero della vecchia TV? E’ un pò di tempo che mi gira in testa questa domanda e, lasciando da parte discorsi emotivi, ho stilato una piccola lista dei pro e dei contro. Con mia grossa sorpresa è emerso che l’unica cosa che salverei della Tv tradizionale è il telecomando. Non i contenuti, non i linguaggi, non la qualità, ma un accessorio. Un piccolo scettro decisionale fatto di tasti: il telecomando, è il non plus ultra della libertà di scelta: dal volume, al colore, al programma, per non parlare del televideo, una forma, secondo me sottovalutata, di modalità d’informazione.

Tutto quello di cui c’è bisogno per sopravvivere in quella giungla di canali e programmi, comodamente spaparanzati su divani, poltrone e simili (ognuno ha il suo giaciglio da tv). Grazie al telecomando abbiamo inventato lo zapping, la forma più primitiva di feedback: se non ti piace ciò che vedi basta cambiare e se prima fare tutto ciò significava alzarsi, arrivare al televisore, scegliere il canale e ritornare al proprio posto, il telecomando ha reso tutto quasi istantaneo, cambiando anche 30 canali al minuto, che credo bastino anche per un nichilista. Insomma, insostituibile telecomando.

La svolta è stata l’invenzione del rivestimento gommoso anti-urto, extra-rimbalzo, maxi-ergonomico che ti permetteva di lanciarlo dal primo piano senza che il prezioso marchingegno si facesse un solo graffio, con tutte le implicazioni che ne sono susseguite: gli abbiamo messo la protezione, per accudirlo, per preservarlo. Un vero e proprio feticcio tecnologico. Nel tempo sono mutate forme e colori: da una scatoletta nera e squadrata piena di tasti molto sobri, si è arrivati a quelli a forma di panino, metallizzati, semi lucidi, dai colori sgargianti e con i tasti abbinati o colorati allo stesso modo per file o colonne, con simboli che gli egizi ci fanno un baffo.

Ma la differenza più evidente tra un vecchio telecomando e quelli moderni è che quest’ultimi spariscono con una facilità impressionante. Si mimetizzano, scompaiono inghiottiti da divani e cuscini, te li scordi in tasca e per un paio di secondi è crisi. No, mi devo alzare. E poi magari senti che ti sei seduto su qualcosa di duro, lo cerchi e lo trovi. L’idillio continua, con i polpastrelli che ormai conoscono ogni centimetro quadrato di quel “coso” (come lo chiama mio padre, vecchio stampo lui), ogni combinazione di tasti possibile. E poi avere il telecomando è avere il potere: hai perso in partenza se sfidi chi lo possiede. Ma fai di tutto per impossessartene, aspetti che si distragga o che vada in bagno durante la pubblicità, per brandirlo sogghignando e gridare “Adesso si vede quello che voglio io!”, passando magari dalla fiction sui metronotte all’approfondimento di Studio Aperto (!) sulle mete turistiche da non perdere per essere top, vip come la velina o il bel tronista di turno.

Ma avete idea delle implicazioni sociali che porta con sè un telecomando? Delegarlo ad un altro è più che firmare un patto di fratellanza con il sangue, oppure, al contrario, toglierlo, è peggio di una scomunica del consiglio ecclesiastico. E quante storie d’amore nascono e muoiono insieme a lui, il collante degli amori da serate davanti ai classici del romanticismo che rivedi per la tredicesima volta. Una mano su quella del partner e una sul telecomando. Non funziona? Gli dai una pacca e ricomincia a cambiare, insomma si accorge dela stima che nutriamo per lui. E se fa le bizze, saranno le pile. Avrà diritto anche lui ad essere nutrito o no?

Caro telecomando, se non ci fossi, bisognerebbe alzarsi…